Cosa lasceremo di nostro a questo mondo…

Cosa farò quando i miei genitori non ci saranno più? Dove sarò quando l’unica fortuna che possiedo cesserà di esistere?…

Questa è la storia di un italiano dei giorni nostri, che non ha più vent’anni, e non ha neanche un contributo di lavoro versato. Questa è la realtà quotidiana di un essere umano che ha avuto in dono la vita, e che credeva di avere il diritto di avere un modo per mantenersi dopo gli studi. Aldilà del gesto d’amore di un genitore che lo mantiene e gli dà tutto ciò di cui necessita per sentirsi bene. Gli abbracci e le carezze non bastano, per sentirsi bene.. Perché nonostante il conforto e i sorrisi di incoraggiamento, la fame non va via. Nonostante ci sia un piatto di cibo in tavola ogni giorno, il portafogli resta vuoto. E non si può ignorare la fame. Non si può ignorare la solitudine sociale che si viene a creare, quando per uscire di casa e fare qualsiasi cosa serve denaro, e si ha vergogna di dire agli amici “non esco perché non posso permettermi di pagare un caffè.” Si ha vergogna di ammettere che quei due euro che non spendi oggi per un caffè, sono necessari per comprare un sapone, o uno shampoo. Si ha vergogna di pronunciare anche la parola “disoccupato”, a volte. Ci sono sconfitte interiori che vanno oltre un curriculum ignorato, un “lei non rientra nei profili richiesti”, e allora faresti di tutto per non parlare di lavoro. Ti senti solo, provi a conoscere persone nuove per uscire dalla lenta depressione che avvolge e soffoca.. Ma perfino una chiacchierata iniziale di conoscenza verte sul “cosa fai nella vita”. E vorresti spegnere il mondo, le sue luci abbaglianti, i rumori chiassosi in centro fino alle 5 del mattino. Tutto ricorda all’italiano dei giorni nostri che non avrà mai una pensione, che sta vivendo sul filo del rasoio sorretto solamente da due mani stabili, ma non troppo: quella di mamma e quella di papà.

Dicono che per essere veramente felici, bisogna accontentarsi di poco, e onorare quel poco. Ciò significa che si accettano lavori retribuiti meno di 400 euro al mese. Per una stagione. O anche prestazioni a ore, retribuiti con paga giornaliera. O a giorni alterni. Fino a quando non si verrà più chiamati. Ci sono persone che tentano di farti sentire in colpa se rifiuti un lavoro in nero, di 400 euro, perché “sei troppo arrogante e con la crisi che c’è non si può fare, non ci si può permettere di rifiutare”. Dicono che non ti sei impegnato abbastanza, che non hai esperienza e dunque non sei capace, che un extracomunitario accetterebbe al volo quei soldi e quelle ore di lavoro, perché se ne frega se non è regolato da contratto di lavoro regolare. Ed io vorrei spiegarglielo, a quelle persone. Vorrei spiegare loro che pensavo di avere il diritto di diventare indipendente, ed andare a vivere da solo, magari di essere io ad un certo punto a poter aiutare mamma e papà. Vorrei spiegare cosa si prova ad essere questo cittadino italiano dei giorni nostri a qualcuno che non conosce questa situazione. Una persona senza una laurea, senza una specializzazione specifica, ma non per questo impossibilitata ad imparare. A crescere. A diventare un anello della catena che muove una azienda.

Sono un cittadino che si guarda attorno e si rende conto che il denaro c’è. Il denaro circola, ma il sistema continua a chiuderti fuori. Un italiano chiuso fuori dalla sua Italia. E forse, dal mondo intero. Un italiano che controlla ogni giorno i siti di annunci di lavoro, e che continua a leggere che si ricerca personale con comprovata esperienza. Offrono corsi di formazione iniziali, ma richiedono esperienza annuale nella mansione. Questo cittadino tenta di formarsi, di reinventarsi per venire incontro alla società che corre veloce, e scopre che gli è negata perfino la possibilità di imparare. E così cerca dei tirocini, degli stage, ma si richiede comprovata esperienza nel settore. Prova a cercare qualcosa un po’ più lontano, scoprendo che non si offre né vitto né alloggio. Questo cittadino che parte da zero, e che non ha un auto per spostarsi, non può fare altro che sentirsi schiacciato dal peso della sua inutilità per il pianeta. Gli viene negata la possibilità di rendersi produttivo. Si sente talmente violato nel profondo, che vorrebbe scappare via, all’estero magari. Più lontano che può. Ma è solo. Non sa che destino potrebbe avere se andasse via con una valigia e un biglietto di sola andata… ha paura.

Mi chiamo Silvia, ho 37 anni, e una volta un uomo mi disse “nessun essere umano sulla Terra mediamente sano di cervello, potrebbe trovare interessante una donna che a questa età non si è guadagnata la sua indipendenza economica.” Ancora oggi mi domando se sia io a dover essere più intelligente, e continuare a stare lontana dagli uomini, oppure se siano gli uomini come questo a dover riflettere.

“… Ci sarà la caritas”, dico a me stessa. “Magari nel frattempo trovo qualcosa che mi consentirà di cambiare la situazione …” penso. Mi tengo positiva. Leggo molto. Riesco a gestire la mia vita con 400 euro all’anno, e mi congratulo con me stessa per questo. Se necessario riuscirò a gestirla anche con 200 euro all’anno. Continuo a vedere le cassiere del negozio vicino casa con un espressione triste in viso, ogni volta che vado tutta fiera a comprare una tinta per coprire questi capelli bianchi o un bagnoschiuma. Mi viene spontaneo sorridere. Ringraziare. Vorrei trasmettere loro un po’ di leggerezza, per un istante. Ma sembra che, nonostante loro abbiano il lavoro che a me manca, qualcosa le abbia svuotate nel profondo. Torno a casa piena di pensieri.

…Probabilmente non valgo nulla. Ed è per questo che non guadagno nulla, e nessuno mi offre una opportunità. O forse la costituzione italiana è solamente pari a un testo religioso, che racconta una teoria impossibile da verificare.

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. “

Esiste anche un articolo, il numero 32, che tutelerebbe la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Ma di questo oggi, non ne parlerò.. Cercherò di non pensare all’indifferenza della società di fronte ai costi di certe cure, del menefreghismo innanzi alle persone nate con problemi di salute cronici. Che ne sanno i sani per genetica, o le persone che hanno una vita dotata di indipendenza economica (le persone interessanti…), della giornata tipica di un malato disoccupato che vive con i genitori …

So che là fuori ci sono più persone di quanto possa immaginare, a sentirsi tirati in causa leggendo queste parole. Una serie di italiani dei giorni nostri che in silenzio, si domandano cosa faranno un giorno, in questo pianeta abbandonato allo squilibrio , proprietà dei ricchi e influenti, degli esperti con denaro da investire su se stessi per la loro formazione personale.

Un tempo ero certa di valere, in qualità di cittadino come tutti gli altri. Oggi, non ne sono più così sicura. Sinceramente sono stanca di vedere genitori tristi per il futuro dei loro figli, persone che perdono la possibilità di sfamare i loro bambini all’improvviso, e persone che hanno smesso di desiderare, di porsi degli obiettivi, imparare ogni giorno qualcosa di diverso.

Casa.

Consumeró più Anima che scarpe, durante il tragitto verso Casa.

Ma non riesco più a farmi bastare un letto e quattro mura. Non riesco più a sorridere mentre dico “sono tornata, sono a casa”. Non riesco a dare emozioni alle mie emozioni. Casa era una persona. Un profumo. Una risata inconfondibile. Casa era una vita, un cuore che batte, abitudini giornaliere. Casa era un legame profondo, le salde radici che garantivano sicurezza e protezione. Casa era rumore, ispirazione. E cosa sono da sola, senza pilastri solidi e fiducia nell’essere umano? Cosa sono adesso queste mura dipinte dei progetti mai realizzati, delle lacrime di solitudine e disperazione nascosta al mondo? Sai oggi queste mura puzzano più del solito di muffa e fallimento. Perché quando ti rendi conto del fatto che Casa è sempre stata tutto tranne che te stessa, abbandoni ogni forza che ti sostiene per lasciare che ogni struttura costruita negli anni, frutto di esperienze, traumi e osservazione della realtà, crolli drasticamente. Gli anni passati a chiedermi perché nonostante tutto, ci fosse sempre qualcosa a smorzare la mia felicità…. Eccoli. Mi stanno scorrendo davanti proprio ora. Io che imparavo il mestiere della vita. Io che nascondevo le mie emozioni fredde dietro la solita frase “ma no… è il mio carattere. Sono contenta anche se non faccio i salti di gioia…” e sempre io che inspiegabilmente, trattenevo un fastidioso nodo alla gola ogni volta che percepivo la felicità nelle persone. Ma non quel tipo di felicità che certe persone ti sbattono addosso con prepotenza… La felicità indossata nello sguardo, quella che senti nei battiti del cuore di chi in silenzio è seduto a fianco a te. Potrei dire che fa male, quella felicità. Fa male capire che non l’hai mai provata. Fa male realizzare che non ha mai bussato alle porte della tua vita. Diventa un dolore insopportabile quando ti fermi a indagare per capirne le cause. Ci vuole coraggio per scegliere la verità, bisogna essere disposti a consumarsi quanto basta, e annullare qualunque certezza. Senza eccezioni , senza regole. È talmente difficile che hai bisogno di sogni profondi e realtà differenti, di accarezzare la vita che hai sempre desiderato creandola in un mondo che non c’è. La mente non ce la fa e vuole evadere, sporcando di surreale la misera realtà rimasta. Un cocktail misto di vergogna, disperazione, delusione e instabilità… Sembra infinito, va giù a piccoli sorsi e avvelena lo stomaco… Poco a poco. Incomprensibile assuefazione al torpore dell’agonia prolungata nel tempo.

E ancora una volta, per qualche istante, mi sono lasciata cullare dall’immagine di una mano robusta e calda, che prende la mia e la porta con sé. Una guida in mezzo alla nebbia.

…. Fino a quando non ho scoperto che esiste la possibilità di essere la mia stessa Casa, la mano robusta e calda che guida in mezzo alla nebbia e la persona che meglio si conosce e riconosce davanti allo specchio. La variabile che ha fatto sì che gli occhi smettessero di piangere e tremare, che dessero allo stomaco nuova voglia di mangiare. L’inconfondibile forza dell’essere umano di decidere… Voglio vivere ancora. Voglio vivere meglio. Cambierò tutto, ma non cambierà il desiderio di andare avanti. “Fai una lista dei problemi da risolvere. Affrontali uno alla volta. Datti tempo. Abbi fiducia in te stessa. Di più. Trova una alternativa. Abbi il coraggio di chiedere un consiglio. Segui l’intuito. Non essere ansiosa, controlla le tue emozioni. Hai deciso di affrontare i tuoi mostri, tanto vale farlo senza farsi prendere dal panico… Disperarsi non migliorerà le cose. Con calma. Fidati…”

Scrivi due parole e dimostra a te stesso che sei capace di vivere. Che ami la vita. Scrivi al tuo Cuore, e digli che può stare tranquillo. Che ha sempre avuto una Casa. Ha solo sbagliato indirizzo.

Mentre guardo il cielo.

Silenzi facili. Occhi assenti. Nuvole rapide.

Mi vesto del colore della pioggia di giugno, camminando al ritmo dei tuoni che fanno eco in lontananza. Senza ricordi, senza rimorsi. In mezzo a questo calore diffuso c’è un nucleo freddo. Mi piace il suono della mia voce che scandisce dentro la mente le parole “non mi ricordo”. Con una mano tengo l’ombrello. Il cielo benedice nei momenti più impensati. Sono in cerca dei segnali che mi appartengono. Nell’asfalto vedo arcobaleni e riflessi argento. Se questa Natura non ha regole, non voglio averne nemmeno io. Potrei chiudere l’ombrello e iniziare a contare queste gocce di purificazione. Non ricordo più per cosa devo chiedere perdono, né perché mai dovrei continuare a farlo. La giostra non gira più dentro questa testa. Quando osservo queste scarpe, vedo solo i passi che voglio fare. Non ho una storia, non ho collegamenti. Ho appena terminato l’ultima pagina del mio libro personale.

… Sentirsi pronti per ricominciare. Questo era il segnale che tardava ad arrivare. “Apri le tue mani, ragazza, e lascia andare”. Resteranno i segni delle mie unghie aggrappate alla paura di continuare a camminare. Per chi mi conosceva ero sempre il classico “non male ma potrebbe migliorare”.

Oggi svuoto una valigia piena di vecchi abiti che hanno protetto un corpo che si vergognava di splendere sulle ombre del mondo; tutti quei profumi chimici con il quale camuffavo l’odore di anima impura. Quel suono secco e imperscrutabile della mia voce che continua a ripetere “non me lo ricordo”… la curva migliore che potessi scegliere per vestire il mio viso… il sorriso. Legami spariti, sentimenti assenti. Questo è il mio segnale, ed io posso finalmente respirare. Non c’è dolore, né commozione. Non sento il bisogno di dare una spiegazione. La pioggia mi ha ripulito, e l’ultimo giorno dei miei 36 anni sa di rinascita e umidiccio. Ci hanno pensato le lacrime versate, a mantenere fertile questa terra. Perché anche il dolore serve… Anche le lacrime hanno sorprese.

È il mio nuovo inizio, e proprio in questo momento sto iniziando a scrivere la prima nuova pagina della mia vita a perfetto agio nel mondo.

Dentro lo Zaino

L’autocontrollo. Quella capacità di dominare ogni reazione istintiva e irrazionale che irrompe nella vita quotidiana. Un equilibrio perfetto in mezzo al caos. Siamo vittime del sistema, vittime del tempo che scorre, degli eventi che non possiamo controllare… Siamo marionette nelle mani di una perenne incognita scandita dalle lancette dell’orologio. Scorrono i minuti… i secondi sono lampi in mezzo all’ansia di sapere cosa accadrà fra un istante. Sudiamo freddo, non riusciamo a stare fermi. La mente tiene in ostaggio l’intero corpo, a volte preghiamo. I dettagli sono offuscati, non ricordiamo bene ogni passaggio ma abbiamo associato a determinati eventi delle immagini precise. O un odore inconfondibile… Respirare è inutile. L’aria che incameriamo non è abbastanza. Ci sentiamo appesi per la gola, sospesi nel tempo.

Come dico sempre, l’intera esistenza umana è fatta di scelte. Finché siamo padroni del nostro pensiero, della nostra mente, possiamo fare quasi tutto. I libri narrano dell’esistenza di una condotta di vita basata sulla calma, la meditazione, il silenzio e l’arte di sgomberare la mente da qualsiasi pensiero. Metafore nobili che incoraggiano a migliorare se stessi per restare al passo con il cammino che si presenta davanti. Suggerimenti che indirizzano la mente a creare pensieri sani. Non ho mai creduto nella perfezione umana, ma credo nell’utilizzo del cervello in tutte le sue funzioni possibili. Credo nella riflessione, nella elaborazione, nel ragionamento. Mi dedico a ciò in cui credo, ovvero me stessa, e la fiducia che ripongo nelle mie capacità di strutturare ogni situazione in maniera tale da mettersi in posizione di vantaggio per la mia persona. E quando mi applico per fare ciò, cresco. Mi sento più forte. Non pensare che io sia più fortunata o migliore degli altri.. solo riesco a fare dei miei sentimenti e delle mie reazioni una qualità personale, a costo di impiegare giorni, mesi, o anni prima di arrivare a fare i ragionamenti giusti.

Non esiste perfezione al mondo. Non può esistere neanche nelle parole. Ma vuoi mettere la sensazione che si prova quando si riesce a equilibrare il più possibile la vita che stiamo vivendo? Quando capisci che la calma è l’oro spirituale al quale possiamo aspirare, e che dentro di noi possiamo seminare ciò che diventerà l’albero più importante di tutta la nostra essenza, smetti di avere paura di sapere, capire, ascoltare… Inizi a mettere in pratica le doti che sai di avere. Smetti di piangere, e inizi a lavorare per te… In te. Non vivo ricordando tutto ciò che mi è successo finora. Vivo ricordando che sono arrivata fin qui, e che ci sono per un motivo. E questo mi basta.

Quando devi partire per un viaggio, sai che dovrai fare una valigia che contenga il necessario, senza appesantire troppo il bagaglio. Allo stesso modo, quando vieni al mondo sai che dovrai preparare una quantità di elementi da portare con te, che ti ricorderanno sempre chi sei e da dove vieni, ma non potrai portarti appresso tutto ciò che hai accumulato, perché sarebbe un peso impossibile da reggere. Crescendo impari, sbagliando, che non sempre ciò che ti porti appresso nel viaggio della vita è necessario. Ma puoi rilassarti… Sei tu che decidi le tappe, le fermate, ciò di cui hai bisogno. Così come io, stasera, avevo bisogno di scrivere queste righe sparse in balìa del mondo…

Prima di lasciare questo mondo…

Salvare ciò che rimane di un pianeta che ci ospita senza chiedere nulla in cambio. Salvare la parte migliore degli esseri umani. Rivalutare ogni cosa che fino a questo momento non ha avuto senso. Annotare ogni giorno almeno tre eventi positivi nell’agenda. Guardarsi allo specchio almeno una volta al giorno e sorridere. Accettare le colpe avute in passato. Collezionare gocce di pioggia. Sporcarsi di vita un po’ di più. Astenersi dal giudizio nei confronti di qualsiasi essere vivente. Comprendere il dolore nascosto dentro le parole offensive di chi ci attacca. Chiedere scusa quando si commette un errore. Usare il denaro per scopi saggi ed utili. Imparare ad ammettere di sapere di non sapere. Ringraziare maggiormente per ciò che si ha nel presente. Anche le pozzanghere sono specchi. È nella sofferenza che ci rendiamo conto di essere tutti uguali. Prendersi cura del corpo che ci è stato donato, dentro e fuori. Sono le rughe a definirci, non i tatuaggi. Se sei capace di risplendere veramente, gli oggetti di valore materiale non ti servono. L’eleganza è una dote spirituale. Più sai piangere, più sei forte. La Felicità arriva al cospetto di chi sa aspettare tutto il tempo necessario. Non si è mai pronti a ciò che si dovrà affrontare. Non aver paura di viaggiare ed esplorare il mondo. Essere felici per i successi degli altri. Andare spesso, più che possiamo, nei luoghi che ci fanno sentire protetti. Perdonare tutte le persone che ci hanno fatto male.

Anestesia per l’ Anima

Maggio fa rima con “coraggio”. È tutto il giorno che ci penso ; è come quando stai guidando da ore senza sosta verso un luogo lontano e sconosciuto, e alla fine ti perdi fra i cartelli stradali e le strade che sembrano tutte uguali. Eppure, sai che devi andare… non ha senso restare immobili, bisogna andare avanti. Ma effettivamente, il punto che evitiamo di affrontare è proprio quello lì : esattamente, DOVE stiamo andando? Alcuni si avvalgono della facoltà di attivare il navigatore interiore per rispondere a questa domanda. E quindi la risposta sarà il luogo di soddisfazioni e tanto desiderato, altri invece si lasciano prendere dall’ottimismo e si lasciano trasportare dagli eventi di giorno in giorno. È meglio una vita organizzata e sicura, con i suoi riti quotidiani… È meglio una vita senza programmi, senza regole ferree.. È meglio non dirlo altrimenti poi non si avvera, per scaramanzia..

È bello ascoltare le aspirazioni degli esseri umani. È bello osservarne le espressioni facciali, il tono della loro voce che vibra di sfumature emozionali intense. Mi piacerebbe sedermi di fronte alle persone, una ad una, e chiedergli: “Ciao. Vorrei offrirti un Viaggio Speciale, proprio adesso. È tutto gratis, puoi stare tranquillo. Chiudi gli occhi, e dimmi… Dove vorresti essere adesso? Come è questo luogo?” Si aprono i mondi, cadono le barriere, si instaurano contatti che inaspettatamente arricchiscono tutti quanti. Pensa al Viaggio che vorrebbe fare un bambino. Al modo in cui sarebbe capace di descriverlo. E poi al Viaggio che desidererebbe un uomo di 80 anni. Al suo viso… I suoi occhi che si illuminano mentre cerca le parole adatte, probabilmente non riuscirebbe a trattenere le lacrime. E il viaggio di un trentenne disoccupato… la vergogna trattenuta a stento in gola, per una sensazione di disagio che cerca di controllare. Il Viaggio di un sedicenne che ha voglia di scoprire il mondo, il Viaggio di una cinquantenne casalinga che non ha mai fatto la valigia. Infinite combinazioni possibili che generano altre infinite combinazioni di scelte, che creano una connessione.

A volte ho bisogno di rifugiarmi dentro le mie stanze interiori. Le ripulisco a fondo, centimetro per centimetro, e le svuoto di ogni ricordo, promemoria, avviso, trauma, paura, qualunque cosa. Desidero vederle vuote. Completamente. Mi concentro sulla sensazione di benessere che sento crescere ad ogni piccola zona “pulita”, mi congratulo con me stessa per essere riuscita a fare questo lavoro prezioso. Immagino di addormentarmi lì, in quel luogo puro, lontano dal mondo, con la sensazione di leggerezza ideale per poter riposare bene. Mi sento a casa. Sono al sicuro. È il mio luogo felice.. la mia Anestesia per l’Anima, fatta di pareti del mio colore preferito, grandi finestre dal quale posso ammirare i tramonti che adoro, e il profumo di pulito.

…. Sono sicura che domani accadrà qualcosa che vorrò ricordare. Appenderó qualcosa di nuovo alle mie pareti pulite. Renderò speciale il mio luogo preferito. È questo ricominciare, che ha ogni volta un sapore di infinito…

Promemoria per i momenti difficili.

Permetti a te stesso di Esistere.

Hai idea di quanto sia importante la tua vita, nonostante tutto? Le persone, gli impegni, gli ostacoli, le preoccupazioni.

Permetti a te stesso di Sorridere.

Da quanto tempo non ripensi alle cose che hai affrontato, ridendoci sopra e constatando la forza della vita stessa? Sei ancora qui. Adesso.

Permetti a te stesso di Amare.

Sei sicuro che chiuderti in te stesso sia la soluzione migliore? Solo perché da un po’ di tempo tutto sembra essersi fermato. Odora di ristagno. L’esistenza ha i suoi cicli, e nelle fasi di transizione bisogna avere pazienza, speranza, ottimismo. Non si è mai visto un pessimista conquistare le sue vittorie. Non si raggiunge un traguardo con la rassegnazione nel cuore.

Permetti a te stesso di sbraitare.

Qualche volta ne abbiamo fin sopra i capelli , e l’unica cosa di cui abbiamo bisogno è tirare fuori cio che che abbiamo dentro. Non temere.. sei comunque una brava persona se qualche volta urli e ti sfoghi. Sei sempre tu.

Permetti a te stesso di fallire.

Non puoi capire realmente che cos’è la conquista se non attraversi il fallimento. Sai,la vita è fatta di salite e discese.. Per poter salire sempre più in alto devi conoscere cosa c’è sotto i tuoi piedi… sotto quel terreno che calpesti man mano che vivi. Sii più forte: accetta le tue debolezze.

Permetti a te stesso di essere imperfetto.

Concediti ciò che ti piace, ogni tanto. Se continuerai a privarti di tutto, non avrai più un motivo per attraversare il tuo percorso. Se avessi commesso l’errore di aver dimenticato cosa ti piace, prenditi del tempo per pensarci. Il tempo dedicato a fare ciò che amiamo non è mai sprecato.

Qualunque cosa accada, è portatrice di insegnamenti. Il primo è sempre quello di affrontare tutto senza arrenderci.. Perché la vita è un quadro. Puoi vederci dentro molte cose, o nulla di particolare. Col tempo però, imparando a ragionare su ogni cosa, non potrai non notare certe intensità dei colori, e i colori stessi che sono stati scelti per comporlo. Lo osserverai e ti sembrerà di percepire rumori, e poi un odore particolare ti ricorderà un episodio al quale sei particolarmente attaccato.. La vita è un quadro che ti emozionerà. E se per caso, riflettendoci, ti ritroverai a piangere, sarà molto bello.

Concediti sempre un momento per sentirti giù di morale. È necessario, affinché tu capisca quante cose belle ci sono state, quante cose non apprezzate appieno sono capitate, e fai in modo di continuare il viaggio prestando attenzione a ciò che capiterà fra poco. I segnali sono come cartelli stradali lungo il percorso… Sparsi, semplici, diretti. Fidati del tuo istinto, e continua a camminare.